| Cinegiornale (fantacronaca di una vittoria annunciata) |
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| sabato, 15 maggio 2004 | |
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Fantacronaca di una partita che è stata ma è andata come è andata, dalla penna di Capobianchi e Bonini (da leggere con sottile humor)...
No! Non è passata l’ignobile orda Turcomongola- bolscevica. Alle prime luci dell’alba la rappresentativa anarchica della scuola normale di Pisagrad discendeva dalle nebbiose e tristi steppe ai lidi italici del Mare Nostrum nella ridente ed impavida cittadina di Tirrenia, così fortemente agognata dalla nostra STIRPE e così fortemente voluta dal nostro amato CONDOTTIERO. Richiamati da ogni lembo dell’amata PATRIA e dalle Colonie, i più gagliardi e vigorosi giovani del Mensa si sono riuniti nel primo mattino per impedire nell’agone calcistico l’imporsi dell’infame progetto plutocratico/bolscevico ordito dai soliti noti. Agli ordini dello statuario CENTURIONE Maurizio Cardillo, reduce da mille pugne nel gelo ucraino e nelle lande deserte della Tripolitania occidentale, gli undici eroici opliti ingaggiavano senza indugio alcuno uno spettacolare confronto, le cui cronache illumineranno i secoli a venire. Il valoroso guerriero Sannita, Cortechini, splendidamente assistito dalla consorte plaudente che, con sprezzo del pericolo, si era spinta fino al limitare della maschia e furiosa Mischia, mostrava all’infido nemico ed al mondo intero l’impareggiabile corredo di italiche virtù difendendo la porta. Né i supplicanti appelli dei compagni, né l’ansia pure stoicamente contenuta, della giovane, italica sposa, né le furiose bordate dei rossi lo facevano spostare di un millimetro. Davanti al sannita, le imponenti figure della difesa, i novelli dioscuri Ruda e Castelpietra, ed i centromediani legionari indomiti Stenco e Bellini, già eponimi di gloriose azioni in Grecia e in Albania, formavano con la loro mobilità ed i loro petti grondanti amor patrio, contro la prepotenza bolscevica una linea di cavalli di frisia, al cospetto della quale il nemico vedeva dozzine di volte infrangersi i suoi turpi, ignobili sogni. Sulle fasce romane, rapidi ed invisibili alla stregua di sommergibili, i nostri incursori Di Vincenzo e Belardi, che sulle alture assolate delle ambe abissine si erano guadagnati i gradi di “amanti della morte” ed i nomi di battaglia di Fausto I e Fausto IV, provocavano con disarmante scioltezza ed italico ardore immane scompiglio e sconfinati vuoti nel cuore del sistema trincerato avverso. Si distingueva per fulgide iniziative offensive l’avanguardista di San Giusto Francesco Chiot, che fulminava il nemico con il suo carico di rabbia ed infinito amore per la sua città così faticosamente strappata alla barbarie. Al suo fianco, il nobile e solare figlio del Mezzogiorno, erede della magna Grecia, Francesco Magro, già nocchiero di aerosiluranti nell’azione del porto di Alessandria e volontario nelle ultime cinque BATTAGLIE DEL GRANO, non perdeva occasione, fino allo sfinimento, di seminare terrore combattendo nudo, glabro e ricoperto d’olio come solo un omerico acheo avrebbe potuto fare, vibrando fendenti dannunziani nell’aere. Pure davano Enorme contributo alla CAUSA Costa, il cimbro redento e riconquistato alla civiltà, e Martinez oriundo sudamericano, rientrato sull’amato suolo avito dal Rio della Plata per alleviare il gravoso onere del sannita Cartechini. Con supremo sprezzo del pericolo, il giovane e coraggioso Martinez aveva compiuto la trasvolata atlantica abbracciato al pattino dell’idrovolante di Italo Balbo, atterrando a Tirrenia, perfettamente pettinato, appena 2 ore prima del fischio di inizio. Per la cronaca, Balbo proseguiva la trasvolata giungendo 15 minuti dopo ad Orbetello. Nel folto palco delle autorità giunte ad incitare e sostenere il fior fiore della Gioventù Mensana, spiccava l'assenza dell'italico genio Gimio Sadequino. Costui è ricordato nel mondo per le sue fulgide invenzioni atte a innalzare il progresso della civiltà romagnolo - mensana nell'universo. Fra le numerose pietre miliari della modernità da lui ideate ricordiamo il motore a impulsi elettro-ionici ed il famoso e temuto raggio della morte, con il quale è già stato possibile fulminare un mulo nella colonia eritrea puntando la macchina installata a Rimini. La terna arbitrale canadese, (anglo-francese misti ad indiani d’america, qual razza più ignobile?) si presentava ubriaca ed in grave ritardo, olezzante esotici e ripugnanti distillati, quali “Giovanni Camminatore” e “Giacomo Danieli”. Subito palesavano la loro ostilità assegnando addirittura il calcio di inizio ai rossi di Pisagrad, che pure non sapevano trarne alcun vantaggio. Al 5’ del primo tempo, l’ora fatale immancabilmente si manifestava sul tirrenico campo di gioco; il reduce piede del CENTURIONE Cardillo proiettava la sfera esattamente al centro dell’area, con perizia michelangiolesca; ivi l’intrepido avanguardista di San Giusto rispondeva prontamente “PRESENTE!”, scaraventando in rovesciata (alla stregua di un novello Parola) il cuoio, nel punto ove le geometrie di palo e traversa si fanno angolo. Il pubblico applaudiva calorosamente, pregustando i termini trionfali di un EVENTO che si preannunciava da subito epico. Esultanti ma senz’altro non paghi, i nostri riprendevano da subito le LITTORIE trame offensive che sfiancavano il nemico senza soluzione di continuità,, pervenendo dopo pochi turni sessagesimali di orologio, nella misura dei minuti secondi, al raddoppio. Ricevuta la palla direttamente dal sannita, il cimbro Costa si produceva in un saggio di tecnica mista a forza, che lo portava, dopo l’aggiramento della quasi totalità della squadra avversaria, a misurarsi in singolar tenzone con l’estremo difensore dello schieramento avverso. Fissandolo negli occhi con quella determinazione guerriera pressochè congenita nelle nostre genti, EGLI faceva in modo che questi non potesse far altro che, immobile e silenzioso, voltare lo sguardo al balenare della palla, che terminava la sua inarrestabile corsa nella rete vanamente protetta. Disperatamente protesa al riequilibrio di una partita già chiaramente compromessa, l’infame terna arbitrale, sotto l’insegna della foglia d’acero, accordava alla squadra di Pisagrad una fantasiosa massima punizione, quale nemmeno la fervida immaginazione di Carlo Lorenzini, detto il Collodi, avrebbe saputo partorire. Di fronte a tale inaccettabile ingiustizia, il sannita Cartechini chiedeva, in segno di protesta e palesando sconfinato disprezzo per l’avversario, di essere bendato prima dell’esecuzione del rigore. Pure in queste condizioni, che ad altri avrebbero fatto tremare le vene ai polsi, il prode, cogliendo impercettibili vibrazioni d’aria, di terra e di mare, intuiva la traiettoria e si produceva in un intervento plastico ed esteticamente inappuntabile. Sveltamente la palla, dalle mani di Cartechini, finiva sui piedi ispirati di Ruda, estremo destro del sistema difensivo, che scagliava con inimitabile ed eletta precisione un tiro d’assistenza per Belardi, appostato sessanta metri piu’ avanti. Egli guadagnava il fondo al romano grido di guerra “mo’ je famo er terzo” e proponeva al centro un invitante traversone per la testa del cimbro redento, il quale, fedele al suo nome di battaglia “vendetta volante”, insaccava di testa a pelo d’erba dopo un temerario tuffo nel cuore dell’area piccola. Sul 3 a 0, fra il pubblico, Valentina Faloci, radiosa figlia d’Italia, si esibiva agghindata da vittoria alata in un lancio di baci agli atleti, salutando in essi l’intera gagliarda gioventù mensana. Per arginare la furia straripante dei mensani, la terna giallovestita proditoriamente inventava un capo d’accusa inesistente ai danni dell’innocente Di Vincenzo, il quale si vedeva, sulla fine del primo tempo, costretto a lasciare l’agone; reprimendo la rabbia irrisolta per l’avvenuto torto e l’irritazione per la visione del rosso bolscevico cartellino, rimaneva a bordo campo chiuso nella preghiera, consapevole con l’esempio suo di alleviare ai suoi la fatica derivante dall’inferiorità numerica. Concessa magnanimamente una tregua ai già stremati uomini di Pisagrad, i nostri concedevano qualche minuto di pura accademia, rinunciando a bersagliare l’estremo normalista. Si concludeva così la prima frazione di gioco, su ritmi blandi non per difetto, ma per volontà di non punire ulteriormente l’avversario. Nel corso del riposo, gli ufficiali di cavalleria Chiamberlando e Girardelli, che avevano assistito in posa marziale alle esaltanti vicende dei primo quarantacinque minuti, chiedevano l’immediato arruolamente nei ranghi della squadra, per sostituire gli elementi che più generosamente si erano spesi nel corso del primo tempo, quali Cardillo e Belardi. Giungeva anche il momento dell’oriundo Martinez, solo poco turbato dal disagio del viaggio, cui era avvezzo sin dalla più tenera infanzia. L’oriundo, volgendo il pensiero alla città dei suoi avi che già all’Italia aveva dato il Vate, riceveva il testimone col cuore gonfio di orgoglio dal sannita estremo nostro. Gli altri eroi, freschi come rose mentre il nemico cercava scampo e sollievo durante la sosta, si producevano in spettacolari saggi ginnici, come il salto nel cerchio di fuoco, ed in numeri circensi mai visti, quali l’inserimento della testa del leone nelle fauci del mensano. Una spettacolare piramide umana divergente a partire dal basso, retta da un alluce di Chiot e sormontata da cinque bambini della colonia estiva di Calambrone, chiudeva la splendida esibizione. Alla ripresa delle ostilità, giungeva la doccia fredda dell’inattesa segnature dei rossi, maturata in circostanze oltremodo sospette, che facevano gridare allo scandalo i presenti, la cittadinanza e la regione tutta. Malamente colpito alla spalla da una parabola maligna scaturita dal garretto di un oscuro centrocampista di Pisagrad, il pur meritevole difensore centrale Castelpietra indirizzava verso la porta amica un insidioso pallone, le cui bieche caratteristiche perfettamente riflettevano l’intenzione malevola di chi l’aveva concepito. L’oriundo Martinez, che immediatamente aveva ravvisato la minaccia, veniva alle spalle abbrancato da un ignobile avanti rosso che ne impediva l’altrimenti provvidenziale intervento. 3 a 1, accompagnato dall’esultanza animalesca dei normalisti e degli infidi, acerati, olezzanti giallovestiti. Risoluti a lavare l’onta dell’immeritata segnatura, gli undici di Cardillo producevano una devastante offensiva, assistiti a bordocampo dalla preghiera di Di Vincenzo e dai baci della vittoria alata. E di nuovo il cimbro redento, su tutti, trasformava un calcio di punizione di seconda a due metri dalla bandierina di fondo, assistito da Chiamberlando con il proverbiale e compassato stile sabaudo. Il tiro, cesellato ad arte, secondo una traiettoria ispirata alla foggia del manico dell’ombrello, ed accompagnata dall’omonimo gesto, sorprendeva senza scampo l’estremo normalista che, nel muto stupore, non poteva che raccogliere la sfera in fondo al sacco per la quarta volta. Decisi gli arditi ad infierire ulteriormente sull’avversario allo sbando, non cessava l’indomito assalto all’arma bianca ai danni della rappresentativa di Pisagrad. Si ergeva fra tutti la figura di Francesco Magro che, ripetutamente trattenuto dai rabbiosi cerberi avversari, si lanciava in ogni possibile mischia ormai quasi completamente nudo e madido di sudore, in guisa tale da apparire un remoto lottatore di pancrazio completamente ricoperto d’olio e brandente uno strigile. L’attacco del Pisagrad, piegato nel fisico, nella volontà ed infine nella speranza dalla vigoria morale, atletica e ideologica dei ruvidi mastini Stenco e Bellini, issava la bandiera bianca. Al 30’ del secondo tempo, l’azione più memorabile della storia del calcio mensano suggellava il trionfo: un lancio d’assistenza di Girardelli scavalcava appena la fulgida figura del borbonico Magro. Questi, ignudo, glabro e lacero, con un tacco esterno faceva rientrar verso il centro dell’area il pallone, scavalcando tre difensori schierati in assetto di barriera, nella cui maglia, seppure fitta, si incuneava da vero incursore. Raggiunta la palla all’altezza del dischetto, faceva per appoggiarla di testa verso l’angolo della porta (da cui si dipanano le note geometrie di palo e traversa), ma veniva vilmente assalito alle spalle da un avversario che lo inchiodava a terra. Impossibilitato al suo dovere, si lasciava trascinar verso il duro suolo ergendo verso il disco solare il piede destro, quale nume arcaico, e colpendo con il collo esterno il cuoio lo indirizzava immancabilmente ad insaccarsi incocciando prima il palo lontano, quindi il palo vicino, infine la traversa nel suo punto mediano. Le centinaia e centinaia di presenti, anziché applaudire, cominciavano a intrecciare corone d’alloro per lanciarle agli eroi della memorabile partita, ormai al termine. Gli ultimi scampoli di gioco nulla potevano più aggiungere al tripudio ed alla soddisfazione di giocatori e tifosi, ormai intimamente legati dal filo sottile dell’esultanza. Al triplice e olezzante fischio dell’infame e vile terna, il pubblico stringeva in un possente abbraccio i suoi beniamini, che per dimostrare una volta di più la loro superiorità sul disfatto nemico, rinunciavano alla sosta per correre inquadrati fino a Livorno, presso la dimora del presidente per recare a LUI e a donna Natalia la lieta novella. Frattanto, riconosciuta la schiacciante superiorità dei mensani, i normalisti cominciavano, prima ancora di finire sotto le docce, la costruzione dell’arco di trionfo che i vertici dell’associazione avevano già, previdentemente, provveduto a progettare a livello esecutivo e a sanare secondo le recenti normative sul condono edilizio. Inoltre, la cittadinanza di Tirrenia, riconoscente dell’opera di argine dei nostri nei confronti della montante piena bolscevica , decideva immediatamente l’erezione di un immane obelisco al fianco del costruendo arco. |
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